| Introduzione a “Il Romanziere e l’Archivista” (di C. Povolo) |
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Introduzione a “Il Romanziere e l’Archivista”
di Claudio Povolo
Al di là di ogni ragionevole dubbio?
Questo saggio apparve nel 1993 negli Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti fu poi ristampato nel 2004 a cura della casa editrice Cierre, con una nuova introduzione in cui ripercorrevo sostanzialmente la ricerca allora compiuta per tentare di dimostrare come Alessandro Manzoni si fosse ispirato nella composizione del suo romanzo ad un processo istruito nei primi anni del Seicento a Venezia e in alcune corti della Terraferma veneta. Nel presentare tale ricerca al pubblico di lingua inglese mi è sembrato opportuno soffermarmi, per quanto brevemente, sullo specifico valore probatorio dei risultati allora raggiunti, per meglio evidenziarli, soprattutto alla luce di un confronto più ravvicinato, con altre ipotesi interpretative. Un obbiettivo che evidentemente si giustifica non solamente con una più che plausibile ricerca delle possibili fonti utilizzate da Alessandro Manzoni nella composizione del suo romanzo storico, ma anche, più significativamente, con una riflessione generale volta ad accertare i nessi esistenti tra fatti, prove ed interpretazioni[1]. Alessandro Manzoni vide allora il processo istruito contro Paolo Orgiano? Lo utilizzò per costruire quella parte significativa del suo romanzo in cui la narrazione si sarebbe avviata con la presentazione e messa in gioco dei protagonisti principali e con la delineazione di alcune vicende, che nel prosieguo del racconto si sarebbero dipanate sino ad inserirsi in eventi storici già conosciuti, coinvolgendo altri personaggi che le cronache seicentesche ricordavano con dovizia di particolari? Le pagine che seguono, in definitiva, non sono state in grado di dare una risposta certa e definitiva a questi interrogativi. Le difficoltà, d’altronde, erano implicite sin dall’avvio della ricerca. Una consolidata storiografia critica e letteraria, con l’acquisizione di determinate certezze, sia sul piano documentario che interpretativo, non ha reso di certo agevole una ricerca volta ad accertare il valore probatorio di indizi che dovevano ricostruire un evento avvenuto circa centottanta anni prima. Inoltre, la natura stessa di tali indizi, un mixage di fonti storiche, letterarie e critiche, rendeva pure altrettanto complessa la ricostruzione dell’inferenza interpretativa[2] assunta come punto di partenza per collegare gli indizi alle prove che dovevano convalidarli. Se gli indizi sono più propriamente eventi del passato provati, mentre le prove sono fatti probatori che sono sperimentati nel presente[3], appare evidente che la verifica dell’inferenza deduttiva, o per meglio dire, abduttiva che doveva mettere in relazione i primi con le seconde appariva in tutta la sua complessità sin dall’avvio della presente ricerca[4]. La prima serie di indizi era data dalla struttura narrativa dello stesso processo Orgiano. Una fonte che in sé conteneva sia i personaggi, che molte delle vicende narrate nei primi capitoli del romanzo manzoniano. Una serie di indizi che si potevano ritenere altamente significativi proprio alla luce della considerazione che, soprattutto Il Fermo e Lucia, potesse ritenersi il prodotto letterario costruito sulla scorta di una sceneggiatura (il processo Paolo Orgiano) provvista di una serie notevole di varianti alternative, ma tutte per lo più caratterizzate dalla presenza dei protagonisti principali. Proprio in quanto prodotto letterario, il romanzo giustificava alcune scelte ed esclusioni operate dal romanziere/regista Alessandro Manzoni, in funzione della sua personale ideologia e visione del mondo. E, tra queste, di certo, la più significativa appare quella che si enuclea nel rapporto tra provvidenza-giustizia divina e giustizia terrena. Senza considerare che nel processo stesso la stretta relazione tra la confessione religiosa, il perdono e la grazia divina appare una costante nelle testimonianze delle persone umili di Orgiano. La scelta operata da Alessandro Manzoni in favore della prima si poteva comunque giustificare anche alla luce della complessiva costruzione del romanzo, che prevedeva l’inserimento dei due giovani protagonisti (Renzo e Lucia) nelle più note vicende lombarde. Diversamente sembrano più fragili, sul piano probatorio, gli indizi che si costituiscono alla luce di un confronto non tanto stilistico (improbabile tra fonte processuale e fonte letteraria), quanto piuttosto linguistico-espressivo, anche se comunque, in taluni casi, dotati di una loro indubbia suggestione (come nell’espressione: Questo matrimonio non s’ha da fare) le somiglianze sono sorprendenti. Ma va pure detto che il processo, inteso come probabile sceneggiatura ispiratrice, è ricco di immagini che possono aver influito sulle scelte stesse del narratore/regista. E tra queste spicca indubbiamente la visita di fra Ludovico Oddi al precedente podestà di Vicenza per indurlo (inutilmente) ad intervenire contro i soprusi dei potenti. O quella notte tragica in cui Fiore Bertola viene rapita dai bravi di Paolo Orgiano: laddove nei Promessi sposi la notte degli imbrogli e dei sotterfugi si costituisce come episodio narrativo che introduce alla fuga di Renzo e Lucia dal villaggio natio. Una seconda serie di indizi è data dalle scelte stesse attuate da Alessandro Manzoni nel momento in cui si accinse alla stesura del suo romanzo e alle successive revisioni. E’ di certo indubbia la sua propensione all’utilizzo delle fonti processuali. Da quella prima Appendice alla storia della colonna infame, alla successiva attenzione rivolta ad altre grandi vicende ricordate nelle cronache del Ripamonti e Gioia e successivamente emerse dagli archivi milanesi e lombardi. Se ne è parlato nel corso di queste pagine e vale la pena di aggiungere che se egli fosse ricorso ad un improbabile analogo processo (eventualmente conservato a Milano nel Deposito di San Damiano) per trarne ispirazione, difficilmente questo fatto non sarebbe emerso nei decenni seguenti, soprattutto alla luce della curiosità e dell’interesse suscitati dal successo dei Promessi Sposi[5]. Così come nell’ambito di questa serie di indizi collocherei pure i suoi riferimenti iniziali al noto manoscritto anonimo e, anche, le sue osservazioni, apparentemente contraddittorie, stese nel saggio Del romanzo storico. Una terza serie di indizi, individuata alla luce della stessa inferenza esplicativa iniziale, è data dai possibili collegamenti tra Alessandro Manzoni e alcune delle persone che ricercarono o lavorarono nelle prime sedi archivistiche ove venne inizialmente depositata la documentazione archivistica dell’antica repubblica veneziana, che sarebbe infine confluita nel grande archivio dei Frari.. Un’ipotesi che teoricamente avevo configurato non tanto per alcuni indizi individuati preliminarmente, ma per i suoi possibili nessi con il processo Paolo Orgiano. In sostanza si trattava di accertare l’esistenza di indizi che suggerissero come Alessandro Manzoni fosse venuto in possesso (o avesse preso visione) del processo Orgiano. Un’ipotesi tendenzialmente più debole, in quanto formulata sulla scorta della prima serie di indizi, ma che si è ben presto rivelata ricca di spunti. E’ apparso da subito come un assiduo frequentatore di casa Manzoni (Andrea Mustoxsidi) fosse stato tra i primi ad accedere agli archivi dell’ex-repubblica. E, di seguito, come un antico allievo di Cesare Beccaria (Agostino Carli Rubbi), cui era stato affidato sin dal 1813 il riordino dell’archivio degli Inquisitori di stato, in virtù delle protezioni di cui disponeva, avesse potuto muoversi nella quasi completa autonomia sino al 1820-21. La ricerca condotta in questa direzione non ha prodotto prove convincenti, anche se qualche aspetto interessante è emerso comunque. Dapprima si è potuto constatare come una grande massa di documenti sottratti dagli archivi veneziani e trasportati a Vienna fosse infine confluita proprio a Milano, all’accademia di Brera. Una serie di passaggi che suggerisce come la lontananza fisica tra Venezia e Milano fosse più apparente che reale; e, in secondo luogo, è assai probabile che ad Alessandro Manzoni fosse giunta notizia dell’esistenza di questa documentazione che presentava vividamente l’immagine dell’antica repubblica. Un altro aspetto non irrilevante di tutta la questione è che il trasferimento della documentazione archivistica presso l’archivio dei Frari avvenne nel corso degli anni 1818-1821, proprio nel periodo entro cui si colloca il concepimento e l’avvio del Fermo e Lucia. Un periodo in cui la documentazione, non ancora interamente catalogata e riordinata, era sottoposta ad un controllo meno rigido da parte del direttore dell’archivio. In conclusione si è delineato un quadro in cui la tesi iniziale, provvista di indizi più o meno rilevanti, ha condotto a un insieme debole di prove, non in grado di sorreggerla adeguatamente[6]. I dubbi sono rimasti, anche se, come già si è osservato, tutta una serie di problemi rendeva plausibile, sin dall’inizio, un simile risultato. Possiamo affermare che la ricerca, nel suo insieme, ha prodotto un risultato probabile, ma non definitivo: il che si sarebbe potuto ottenere solo tramite riscontri probatori in grado quantomeno di dimostrare un sicuro collegamento di Manzoni con l’ambiente veneziano. Un’ipotesi alternativa, anche se collegata alla prima inferenza esplicativa, deve necessariamente considerare la possibilità che Alessandro Manzoni avesse potuto prendere visione del processo Orgiano, tra la vasta mole documentaria depositata all’accademia di Brera o all’archivio di San Fedele di Milano. Un’ipotesi suggestiva se si pensa che, in tal caso, Alessandro Manzoni avrebbe potuto facilmente esaminare il processo Orgiano sia per la sua vicinanza fisica, che tramite un eventuale ricorso alle conoscenze di cui poteva agevolmente disporre (ad esempio l’amico Gaetano Cattaneo, conservatore alla Brera). Un’ipotesi indirettamente suffragata dal fatto che, come si è ipotizzato, il processo Orgiano, insieme ad altri pochi processi, ha pure una sua storia archivistica del tutto particolare[7]. E tanto più considerando che, trattandosi di una fonte veneziana, successivamente rientrata nella sua sede naturale, la finzione del manoscritto ritrovato avrebbe potuto reggere senza tema di essere sconfessata. Va però aggiunto che la tipologia della documentazione sottratta, attestata dagli indici delle numerose restituzioni effettuate nel corso dell’Ottocento, non preveda fonti di tipo processuale o più propriamente giudiziarie. Il che rende del tutto aleatoria la tesi formulata. Ogni inferenza esplicativa assume però un suo preciso significato se rapportata con altre tesi e altre ipotesi alternative, in grado di indebolirla o, all’incontrario, di rafforzarla. Ed ovviamente quelle precedentemente esposte devono necessariamente raffrontarsi con lo stato dell’arte e cioè con l’ipotesi prevalente che i protagonisti umili e le vicende che li interessarono direttamente uscissero dalla penna del Manzoni, che intendeva così calarli nel contesto storico lombardo del Seicento che egli avrebbe vieppiù approfondito nel corso degli anni. La tesi ufficiale vuole che Alessandro Manzoni concepisse ed elaborasse il suo grande romanzo solo a partire dall’autunno del 1820, poco dopo il suo ritorno da Parigi. La data di avvio apposta sul manoscritto del Fermo Lucia è quella del 24 aprile 1821. In pochissimi mesi, ispirato, come si è affermato, da una delle tante gride stampate contro i bravi, Alessandro Manzoni era riuscito ad elaborare la struttura del suo romanzo e, rapidamente, di lì a poco, a scriverne i primi capitoli, incentrati sulle vicende iniziali dei suoi protagonisti. Trattandosi di un romanzo storico, successivamente rielaborato puntigliosamente sulla scorta di altra documentazione, appare evidente come tale ipotesi appaia alquanto debole, soprattutto se confrontata con quella esposta nel presente volume, che considera Alessandro Manzoni alle prese con una fonte ricca di spunti e di informazioni ed estremamente interessato alle carte processuali. Ma si ammetta pure che il romanziere avesse potuto disporre di una serie di immagini che emergevano, sin dall’inizio della sua ricerca, sia da fonti diaristiche o a stampa, che da fonti più propriamente documentarie. In molti archivi e biblioteche era confluita una pluralità di fonti (lettere, sentenze, leggi, bandi, etc.) da cui Alessandro Manzoni avrebbe potuto attingere una serie di tipi ideali e di stereotipi sociali con i quali raffigurare uno scontro tra il bene e il male, tra i potenti (di cui quelle fonti sono prodighe) e gli umili (la cui esistenza è per lo più attestata solo tramite gli stessi soprusi e violenze su di loro compiute). Tali fonti sono infatti assai ricche di episodi e di fatti che comunque possono manifestare, anche solo sul piano descrittivo, l’estrema propensione alla violenza della società dell’epoca: impedimenti di matrimoni, omicidi, rapimenti, stupri. Così come la presenza di figure sociali (bravi, nobili, banditi) inclini alla violenza o la velleitaria e debole presenza delle autorità politiche, presumibilmente assai più tolleranti nei confronti dei potenti che non sensibili alle istanze degli umili. E, non a caso, la critica letteraria e storica, là dove è stato possibile ha individuato le possibili fonti cui Alessandro Manzoni poté ispirarsi[8]. Una tesi, come osservavo, plausibilmente possibile, ma debole, soprattutto se si osserva come il mondo degli umili, raffigurato da Alessandro Manzoni, compaia in tutta la sua complessità nelle carte del processo istruito contro Paolo Orgiano. Non solo tutti i personaggi principali di quella che abbiamo definita una vera e propria sceneggiatura sono ripresi nei Promessi Sposi, ma pure una parte significativa della struttura narrativa processuale riemerge nel romanzo manzoniano per porli in una significativa relazione consequenziale. In taluni casi il confronto è, a dir poco, sorprendente. Le due figure di fra Ludovico e di fra Cristoforo sembrano nel complesso sovrapporsi per attirare su di sé i movimenti degli altri personaggi. E’ fra Ludovico/fra Cristoforo a proteggere due donne, madre e figlia, minacciate dal nobile prepotente che gode dell’aiuto e protezione del cugino e del conte zio. E’ lui ad accogliere in confessionale le loro istanze, così come quelle degli altri umili. E’ sempre lui, anche se inutilmente, a rivolgersi al podestà per chiedere giustizia, anche se costui, circondato da una corte di nobili, non si degna di intervenire. Ed infine questa figura centrale del processo e del romanzo sarà messa fuori gioco (anche se con modalità diverse) dall’intervento delle autorità ecclesiastiche sollecitate dallo zio del nobile prepotente. In definitiva, il processo Paolo Orgiano, rispetto ad altre fonti seicentesche, più stereotipate o secondarie, presenta una descrizione densa e dinamica, da cui Alessandro Manzoni avrebbe potuto agevolmente trarre ispirazione in tempi relativamente brevi e disponendo di una serie di personaggi significativi sul piano storico. Alla luce di tutte queste osservazioni sono propenso, ancor oggi, a ritenere la mia ipotesi alquanto probabile, anche se si tratta di una constatazione che non può essere affermata perentoriamente al di là di ogni ragionevole dubbio. L’integrale pubblicazione del processo istruito contro Paolo Orgiano negli anni 1605-1607 è avvenuta nel 2003 su iniziativa della regione veneto nelle Fonti per la storia della Terraferma veneta[9]. Ad essa rinvio tutti i lettori che fossero incuriositi ad approfondire alcune delle tematiche affrontate nel mio saggio, o, più semplicemente, per addentrarsi nella lettura di uno straordinario testo processuale del Seicento.
[1] Si veda per questo ordine di problemi R. J. Evans, In defence of history, New York 1999. In opposizione alle teorie post-modernistiche Evans sostiene come un fatto storico sia comunque qualche cosa che è avvenuto nel corso della storia e che può essere verificato, indipendentemente dalla constatazione che tale verifica sia stata effettivamente compiuta dallo storico. I fatti sono successivamente trasformati in prove nel momento in cui entrano in gioco teoria ed interpretazione e cioè quando lo storico li utilizza per dimostrare una propria tesi. Di conseguenza i fatti esistono di per sé e precedono l’interpretazione e la prova (i documenti). La prova documentaria (che registra il fatto) a sua volta è comunque preceduta dall’interpretazione. In definitiva ogni storico formula (più o meno consapevolmente) delle tesi (interpretazioni), va alla ricerca di prove (documenti d’archivio) e scopre dei fatti. [2] Utilizzo l’espressione inferenza interpretativa nel senso di una tesi aperta, che non deve preliminarmente assumere categorie interpretative troppo rigide incentrate su un rapporto univoco tra deduzione ed induzione. Un’inferenza, per così dire, che ha il solo fine di formulare un’ipotesi esplicativa. Appare evidente che nel collegare le informazioni disponibili alle ipotesi formulate sono fondamentali i criteri di inferenza utilizzati. Come è stato notato da Michele Taruffo, le inferenze “che consentono di collegare le informazioni disponibili, ossia le prove, alle ipotesi che si tratta di confermare fondano la loro validità e la loro attendibilità sui criteri che vengono impiegati per porre in essere questa connessione, all’esito della quale si potrà eventualmente dire che l’ipotesi-conclusione è stata confermata”, cfr. M. Taruffo, La semplice verità. Il giudice e la costruzione dei fatti, Bari 2009, p. 209. O, diversamente, potremmo pure dire che sono gli stessi procedimenti di inferenza ad assegnare un determinato valore probatorio agli indizi (informazioni) disponibili e, di conseguenza, ad avvalorare o a rendere più o meno convincente una determinata ipotesi. Come già si è osservato, è infatti l’interpretazione ad assegnare uno specifico valore probatorio al fatto esaminato. Se, come si ritiene prevalente, ogni ipotesi si propone di accertare la verità (giudiziaria, scientifica o storica) il valore del dato probatorio è, a sua volta, essenzialmente legato dall’inferenza che collega il fatto/indizio alla tesi formulata. [3] Una distinzione che mi sembra importante e che comunque (cfr. nota 1) non intende ridurre la distinzione tra realtà e finzione o tra vero e falso. Un rischio, o per meglio dire equivoco filosofico che è stato giustamente sottolineato da G. Tuzet e nel quale si può incorrere “alla luce di certo inferenzialismo che fa dipendere le inferenze dalle pratiche sociali: l’equivoco che una concezione inferenziale della prova sia una concezione che riduce la prova alle pratiche probatorie. Non è così. Se il concetto di prova dipende dal concetto di inferenza in esso implicato e questo dipende a sua volta dal concetto di verità, si deve ribadire senza mezzi termini che non può esserci prova che non sia prova del vero”, cfr. G. Tuzet, La prova dell’abduzione in “Diritto e questioni pubbliche”, 4 (2004), p. 292. Sulla distinzione sul piano giudiziario, scientifico e storico tra indizi e prove, al di fuori del significato generalmente attribuito a questi due termini, si è a lungo soffermato Luigi Ferrajoli: “Discostandomi dal linguaggio corrente, propongo di chiamare prova il fatto probatorio sperimentato nel presente da cui s’inferisce il reato o un altro fatto del passato, e indizio il fatto provato del passato da cui s’inferisce il reato o un altro fatto del passato che abbia a sua volta il valore di un indizio [...] D’altra parte, laddove le prove, consistendo in fatti del presente, sono sempre oggetto di sperimentazione diretta, non altrettanto si può dire degli indizi, che consistono sempre in fatti del passato. Gli indizi sono insomma più diretti delle prove rispetto all’esplicazione finale, ma le prove sono più dirette degli indizi rispetto alla sperimentazione probatoria iniziale”. Cfr. L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Roma-Bari 2004, pp. 108-110; ma cfr. anche quanto ribadito dall’autore e riportato alla nota 6. [4] Ogni ricerca storica, giudiziaria o scientifica si svolge all’insegna delle relazioni esistenti tra induzione, deduzione e abduzione, tre forme di ragionamento che hanno contrassegnate pure il valore stesso della prova giudiziaria e scientifica. Al procedimento dell’abduzione e a al semiologo americano Charles Pierce, che per primo coniò tale espressione, è dedicato il volume The sign of three. Dupin, Holmes, Pierce, a cura di U. Eco e Thoms A. Sebeok, Bloomington 1983, in particolare il saggio di Marcello Truzzi già pubblicato in precedenza: M. Truzzi, Sherlock Holmes: Applied social psychologist, in The humanities as sociology, an introductory reader, a cura di M. Truzzi, Columbus, Ohio, 1973, pp. 93-126. Come è stato ricordato da Giovanni Tuzet (in Tuzet, Le prove dell’abduzione..., p. 275) l’abduzione è un’inferenza esplicativa che si distingue sia dall’induzione che dalla deduzione, anche se con esse interagisce strettamente. Se la deduzione tende a trarre delle conseguenze logiche da una proposizione di carattere generale e l’induzione assume dei dati particolari per trarne delle formulazioni di carattere generale, l’abduzione è costituita di tre fasi inferenziali: “una prima fase abduttiva che formula delle ipotesi esplicative, una seconda fase deduttiva che trae le possibili conseguenze delle ipotesi e una terza fase induttiva che valuta empiricamente tali conseguenze (se cioè e in che misura corrispondano alla realtà)”. A diversità del procedimento deduttivo, nell’abduzione “il valore di un’ipotesi non è determinabile considerando l’ipotesi di per sé ma in rapporto alle ulteriori inferenze che ne testano le conclusioni e soprattutto in rapporto alle ipotesi rivali che cercano di spiegare diversamente gli stessi fatti (ovvero, se si tratta di ipotesi causali, gli stessi effetti)”, cfr. Ibidem, p. 279. L’abduzione, in realtà, assegna maggiore flessibilità al processo di osservazione della realtà e alla relazione tra ragionamento induttivo e deduttivo. Rifacendosi alle teorie elaborate da Karl Popper (e all’esigenza di ricorrere ad un procedimento che si avvalga, nel confermare o falsificare le prove, di ipotesi per modus ponens e per modus tollens) Luigi Ferrajoli a sua volta ha osservato come la ricerca “non muove dalle prove per pervenire conclusivamente alla loro spiegazione, bensì da ipotesi più o meno incontrollate ma ‘immaginate vere’ di cui si prefigurano le prove che possano offrirne una conferma o magari una smentita. In altre parole, la ricerca delle prove è sempre guidata da un’ipotesi di lavoro; e la formulazione delle ipotesi, a sua volta, è sempre operata in vista di qualche conferma disponibile o sperata. Non si registrano, nell’affrontare un problema, tutti i dati e i fatti del mondo indistintamente, ma solo quelli rilevanti rispetto a una o più ipotesi di soluzione; e non si muove da tutte le ipotesi immaginabili, ma solo da quelle anche solo lontanamente plausibili”, cfr. Ferrajoli, Diritto e ragione..., pp. 124-125. [5] Nel 1839 venne ad esempio edito il cosiddetto processo agli untori: Processo originale degli untori nella peste del MDCXXX, Milano 1839. Gli editori nella loro presentazione giustificarono la pubblicazione delle carte processuali in quanto l’imminente nuova edizione dei Promessi Sposi lasciava presagire che il Manzoni avrebbe nuovamente optato per una semplice appendice: “Fra le tante miserie di un secolo male studiato, che il sig. Alessandro Manzoni trasse in luce ne’ suoi Promessi Sposi, fu pur quella del Processo degli Untori. Dall’economia del suo lavoro il gran poeta fu costretto a quasi appena accennarlo, riserbando però, come egli dice “ad altro scritto il trattarne più ampiamente. Scorsero dodici anni da che quel romanzo immortale uscì e non fu per anco quella promessa adempita, per quanto nel sollecitassero i voti onde l’Europa aspetta tutte le cose sue”. [6] Luigi Ferrajoli, ricorrendo alla già esposta distinzione tra indizi e prove (cfr. nota 3) osserva come la probabilità (o forza induttiva) delle prove dipenda dall’attendibilità della fonte di prova (ad esempio l’affidabilità di una testimonianza o l’autenticità di un documento), mentre la probabilità (o forza induttiva) degli indizi è data dalla loro rilevanza oggettiva, cioè “dalla loro idoneità a generare spiegazioni plausibili o verosimili dell’intero materiale probatorio”. Di conseguenza: “Ci possono essere prove attendibili di indizi tenui o magari irrilevanti, e prove inattendibili o scarsamente credibili di indizi gravi e rilevanti. Nel primo caso l’indizio è certo ma debole, nel secondo è incerto anche se forte e magari decisivo. Un dato probatorio, conseguentemente, può essere confutato o contestando la rilevanza degli indizi indottine o screditando l’attendibilità delle prove da cui è indotto. Ed è tanto più attendibile soggettivamente quanto più è vicino alla sperimentazione probatoria iniziale (anche se lontano dalla conclusione esplicativa finale) e tanto più rilevante oggettivamente quanto più è vicino alla conclusione finale (anche se lontano dalla sperimentazione iniziale), cfr. Ferrajioli, Diritto e ragione..., pp. 110-111. [7] Sulle vicende del processo Orgiano si veda ora la puntuale ricerca di A. Vianello, Gli archivi del Consiglio dei dieci. Memorie e istanze di riforma nel secondo Settecento veneziano, Venezia 2009, pp. 113-126. [8] Se le famose digressioni hanno trovato sicuri riscontri storici, la vicenda narrativa incentrata sugli umili, come già si è osservato, è rimasta in ombra e la si è attribuita all’invenzione di Alessandro Manzoni. [9] Il processo a Paolo Orgiano (1605-1607), a cura di C. Povolo, con la collaborazione di Claudia Andreato, Valentina Cesco, Michelangelo Marcarelli, Roma 2003.
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